L'invenzione rivoluzionaria

Felice Matteucci nacque a Lucca, in Piazza del Giglio, il 12 febbraio 1808 dall’avvocato Luigi Matteucci, Ministro di Giustizia del Principe Felice Baciocchi, e dalla nobildonna Angiola Tomei- Albiani di Pietrasanta.

La sua inclinazione scientifica si rivelò in particolare durante il corso di studi presso il Real Collegio Borbonico di Parigi dove il padre, che vi risiedeva come Rappresentante del Granduca presso il re di Francia, lo aveva iscritto nel 1824. A Parigi iniziò i suoi studi in idraulica e meccanica, che completò a Firenze e per i quali mostrava particolari attitudini.
Niccolò Barsanti nacque a Pietrasanta il 12 ottobre 1821 da Giovanni Barsanti, scolpitore di marmo e da Angela Francesconi; era un bambino gracile di costituzione ma di indole buona ed amorosa. Frequentò l’Istituto delle Scuole Pie con sede nel Convento di S. Agostino a Pietrasanta, tenuto dai Padri Scolopi, concludendo gli studi superiori a 17 anni con ottimi risultati in tutte le discipline, ma rivelando una spiccata tendenza per le scienze esatte ed in particolare per la matematica e la fisica. Terminati gli studi superiori, mentre il padre pensava che il figlio si iscrivesse all’Università di Pisa per intraprendere gli studi in ingegneria o medicina, il giovane Barsanti si presentò al Direttore dell’Istituto per ritirare quello che ora è il diploma di maturità liceale, gli manifestò la volontà di diventare uno Scolopio, partì per Firenze il 17 luglio del 1838 e compì il Noviziato al “Pellegrino”, indossò l’abito degli Scolopi e cambiò il suo nome in Eugenio.

Nel settembre del 1841, non ancora ventenne, fu trasferito nel collegio S. Michele di Volterra ad insegnare matematica e fisica. Era la primavera del 1843, il “maestrino”, come gli alunni lo chiamavano per la sua giovane età e per l’esile statura, entrò in classe con in mano un barattolo con un lungo collo, strumento che si era personalmente costruito per l’esperienza che doveva fare. Quello strumento riproduceva la pistola di Volta. Il maestrino spiegò agli allievi cosa intendeva fare: riempì il recipiente con idrogeno e aria, chiuse ermeticamente il collo con un tappo di sughero quindi, agli estremi della sbarretta di ottone isolata e terminante con due sferette, fece scoccare una scintilla elettrica: immediatamente uno scoppio fragoroso scaraventò il tappo contro la soffitta e fece rintronare l’aula. Agli alunni spaventati spiegò cosa era avvenuto: la scintilla elettrica aveva incendiato il miscuglio di gas, il quale aumentando di volume, aveva prodotto lo scoppio e lanciato in aria il tappo. Lo strumento realizzato da Barsanti è tuttora conservato a Volterra.

Questo esperimento fece balenare nella mente di Barsanti l’idea di utilizzare l’esplosione di un miscuglio gassoso come generatore di una forza da utilizzare in una macchina a moto continuo che risultasse più pratica della macchina a vapore. Fu richiamato a Firenze nel 1845 a insegnare matematica e fisica al collegio di San Giovannino e successivamente fu nominato lettore di meccanica ed idraulica all’Istituto Ximeniano. Direttore dell’Istituto Ximeniano era in quel periodo Padre Antonelli, astronomo, matematico, idraulico, ma soprattutto progettista di strade ferrate specie per l’Italia centrale. A Padre Antonelli, Barsanti manifestò la sua vecchia idea di convertire la forza di esplosione di una miscela di gas in forza motrice, forza che avrebbe potuto sostituire la macchina a vapore. Padre Antonelli, cui quelle idee piacquero molto, subito capì quali sarebbero stati i vantaggi di una tale scoperta, incoraggiò Barsanti, lo stimolò a non lasciar perdere ma a continuare le sue ricerche e gli consigliò di farsi aiutare dall’ingegner Felice Matteucci, un assiduo frequentatore dell’Istituto Ximeniano.

Tale evento colpì i due ed in particolare Felice Matteucci, ma gli stessi non si persero d’animo, continuarono le ricerche insieme al forlivese Giovanni Babacci ed ottennero un nuovo brevetto inglese Barsanti – Matteucci- Babacci n° 3270 il 31 dicembre 1861. I due scienziati decisero a questo punto di costituire una Società per la fabbricazione di motori, dato il successo del loro prototipo. La Società del Nuovo Motore appena costituitasi richiese che con urgenza si provvedesse a costruire un nuovo motore perfettamente funzionante: i due non si persero di coraggio, Barsanti si recò a Zurigo alle famosissime officine Escher-Wyss per commissionare un motore a due cilindri della potenza di 20 cavalli.

Il motore sollecitamente eseguito fu spedito a Firenze, montato nei locali della Società ed esposto alla prima Esposizione Italiana che si tenne a Firenze nel 1861. In Francia non si voleva riconoscere la priorità della scoperta a Barsanti e Matteucci: la loro voce era solitaria, erano soli a difendere il loro primato, l’Italia era appena nata ed aveva problemi più gravi da affrontare. Matteucci decise così di partire per Parigi per mostrare i brevetti, ma dovette assistere impotente al grande trionfo di Lenoir e le sue proteste non furono ascoltate né trovarono riscontro in nessun quotidiano francese; amareggiato ed esaurito per l’intenso studio Matteucci si ammalò gravemente. Durante questa vicenda Padre Eugenio Barsanti non si fermò, anzi cercò di portare miglioramenti al motore e nel 1863 partì per Milano ed in persona diresse presso le Officine Bauer (oggi Breda) la costruzione del motore a 4 cavalli che realizzava la descrizione del brevetto francese del 9 gennaio 1858 Primo Sistema. Barsanti si orientò verso la costruzione di un motore di bassa potenza perché le richieste più numerose erano per macchine di piccole dimensioni, in quanto la spesa per l’installazione si sarebbe molto ridotta ed avrebbero potuto soddisfare ugualmente le esigenze di molte piccole industrie. Barsanti e Matteucci, sostenuti dai brevetti Inglese, Francese e di molti altri Stati d’Europa, decisero di far valere la priorità della loro invenzione facendo aprire la memoria depositata nel 1853 all’Accademia dei Georgofili, documento che fu letto nell’adunanza ordinaria del 23 settembre 1863 e stampato negli atti dell’Accademia stessa. Il motore costruito dalle Officine Bauer di Milano destò grandissimo interesse, numerosissime furono le richieste, tanto che Barsanti e Matteucci pensarono di presentarlo al concorso a premi che periodicamente bandiva l’Istituto Lombardo di Scienze, Lettere ed Arti. La macchina fu ammessa alla prova di concorso, l’Istituto creò una commissione composta dai Professori: Camillo Hajeck, Giovanni Codazza e Luigi Magrini che fu il relatore.

Durante l’adunanza del 23 luglio 1863 la commissione presentò il suo rapporto, nel quale, dopo una premessa storica in cui si menzionavano tentativi fatti da altri precedentemente, si affermava per prima cosa la incontestabile priorità dell’invenzione di Barsanti e Matteucci rispetto a quella di Lenoir, quindi veniva illustrato il funzionamento del motore e le prove eseguite per poter misurare la potenza dinamica e valutarne il rendimento. La Commissione concluse che il costo orario di esercizio del motore Lenoir era circa cinque volte superiore a quello del motore Barsanti e Matteucci. La Commissione infine ritenne di dover assegnare a Barsanti e Matteucci la medaglia d’argento.

Il motore costruito dalla Bauer destò grandissimo interesse e moltissime furono le richieste tanto che la Società ne decise la costruzione su larga scala. Furono così iniziate le ricerche per la scelta della società costruttrice che risultò la Società John Cockerill di Seraing in Belgio. Il 28 febbraio1864 Barsanti partì portando con se il motore, giunto a Seraing il motore fu immediatamente messo in moto e grande fu lo stupore degli ingegneri e degli operai quando lo videro in azione. Fu un grande trionfo per Padre Barsanti, ma purtroppo fu anche l’ultimo, il 19 aprile morì. La salma giunse a Firenze il 26 maggio e fu tumulata nella villetta di Compiobbi, successivamente a S. Giovannino e dal 24 ottobre 1954 in Santa Croce a Firenze. Matteucci continuò da solo gli studi sul motore, ma nel 1867 da Parigi arrivò una brutta notizia dal direttore del giornale “Il Gaz” che così scriveva:

“… All’esposizione del 1867 vi è una macchina copiata sulla vostra da due ingegneri prussiani, Otto e Langen.Ha ottenuto la medaglia d’oro. In un mio articolo ho criticato questa ricompensa che ha fatto protestare gli interessati. Cerco la verità: ditemi il vostro parere sul giudizio che ho dato, sui motivi che vi hanno indotto all’abbandono del vostro brevetto…”

Matteucci stesso, contro chi voleva defraudarlo del titolo di inventore, corse immediatamente a Parigi portando con sé i brevetti, i disegni, i documenti e fece quanto poté per rivendicare il merito della priorità dell’invenzione, ma vane furono le sue proteste. Il Governo Imperiale francese rispose che non era interessato all’inventore, ma all’invenzione. Il sogno di Barsanti e Matteucci finiva così per essere rubato da due prussiani; lo studioso non ebbe più pace, il motore rimase il suo chiodo fisso; nel 1877 scrisse all’Ing. Giovanni Sacheri, Direttore del periodico “L’Ingegneria Civile – Le Arti Industriali” perché sollevasse di nuovo il problema della paternità, ma tutto risultò inutile. La forte fibra stava ormai sfinendo e l’esaurimento nervoso di nuovo prese il sopravvento e si acuì in modo impressionante, neppure la fresca aria, né il tranquillo soggiorno nella sua villa di campagna di Vorno in cui si erano uditi i primi scoppiettii del motore, né l’amore dei suoi cari servirono a farlo riprendere così la morte sopraggiunse il 13 settembre 1887. Qui è bello aggiungere che egli sempre nascose il suo sapere sotto il velo di una nobile modestia. A lui, se non mancò l’ammirazione dei veri saggi, mancarono e mancano tuttora le grazie, le protezioni ed i favori dei potenti. Felice Matteucci fu sepolto nella Cappella domestica della Villa “Alla Marina” (Villa Montalvo) a Campi Bisenzio dove riposa tuttora.